Lavoro svolto per la revisione del 29 maggio.
sabato 8 giugno 2013
domenica 21 aprile 2013
PLASTIK
Dalla House VI.....

.....al bang!
X,Y e Z!
n°1
n°2
n°3
n°4
X,Y e Z
Dall'origine dei piani ad uno spazio tridimensionale. L'ortogonalità da ordine, ma ciò non vuol dire che sia un limite alle scelte costruttive: ad una struttura esternamente lineare e semplice non per forza deve corrispondere internamente un sistema di spazi banale.
La prevalenza del vuoto sul pieno, del contenuto sul contenitore.
I piani disposti nelle tre direzioni saranno lo scheletro portante dell'edificio, il resto sarà solo leggerezza.
sabato 20 aprile 2013
AN UNCONVENTIONAL HOUSE
HOUSE VI, PETER EISENMAN
La House VI di Peter Eisenman include
il tema del disorientamento all'interno del lavoro concettuale;
lavoro concettuale che è alla base della creazione di una casa che
nessuno potrebbe considerare una casa convenzionale.
Eisenman, che faceva parte dei New York
Five, progettò la casa per i coniugi Frank tra il 1972 e il 1975.
Richard Frank rimase felicemente colpito dal lavoro dell'architetto,
nonostante la sua precedente nomea di “paper architect” e
teorizzatore. Grazie alla fiducia data a Eisenman e alla possibilità
di mettere in pratica le sue teorie, venne alla luce una delle più
famose, e difficili, houses
degli Stati Uniti.
Situata
su un lotto pianeggiante a Cornwall, Connecticut, la House VI si
staglia come una scultura circondata dalla natura. Alla base della
volumetria dell'edificio vi è un processo concettuale che comincia
da una griglia. Eisenman manipola questa griglia così da dividere la
casa in quattro sezioni; inoltre gli elementi strutturali sono messi
in evidenza, così da avere un procedimento costruttivo leggibile
all'esterno, ma non sempre comprensibile. In questo modo la casa
divenne un campo di studio tra reale struttura e teoria
architettonica; ci troviamo, infatti, davanti ad alcuni pilastri e
travi che non hanno effettivamente un ruolo strutturale ma che sono
presenti solamente per enfatizzare il design concettuale. Per esempio
un pilastro nella cucina non tocca nemmeno il pavimento, oppure in
altri ambienti alcune travi si incontrano ma non si incastrano.
La
struttura fu inserita, poi, all'interno della griglia di Eisenman
così da dare vita al modulo che genererà gli spazi interni, spazi
che sono il risultato di volumi che traslando si intersecano gli uni
negli altri. Ignorando di proposito l'idea che la funzione determini
la forma, Eisenman creò spazi eccentrici e ben illuminati, ma
comunque un po' difficili da vivere; per esempio, nella camera da
letto vi è una sottile lastra di vetro che percorre tutta una parete
in verticale e prosegue in pianta, tagliando l'ambiente in due. Vi
sono innumerevoli altri elementi che sono degni di nota per la loro
particolarità e per il loro significato: ad esempio la scala
ribaltata che sottolinea l'asse dell'edificio ed è dipinta di rosso
per attirare l'attenzione.
| Primo livello |
| Livello terra |
PER UN LINGUAGGIO AUTONOMO
RISVOLTI DEL SESSANTOTTO
Ci troviamo all'indomani del
sessantotto, uno degli slogan più ricchi di sfumature di significato
è la frase “Tais toi, objet” scritta sui muri della Sorbona.
Il mondo dell'architettura, e quello delle arti più in generale,
negli anni seguenti si caratterizzerà, da una parte, della volontà
di liberarsi dalla schiavitù della macchina e della conseguente
ripetitività seriale e alienante; dall'altra, la formulazione
sintetica della frase, si fa rivelatrice di una passione per il
linguaggio in sé, per la sua autonoma forza.
Episodio importante, nella comprensione
dello slittamento dell'oggetto della ricerca architettonica e
artistica, è senza dubbio l'organizzazione della Triennale
d'architettura, da parte di Giancarlo De Carlo, a Milano nel
settembre 1968. In questa occasione il centro del dibattito
architettonica sarebbe dovuto essere l'impegno sociale
dell'architetto e la valorizzazione della partecipazione, uso il
condizionale perchè di fatto questa fu una mostra “non vista”
poiche il giorno dopo l'apertura venne occupata dal Movimento degli
studenti in quanto mostra “borghese e riformista”. La Triennale
milanese riapre solo cinque anni dopo con una mostra curata da Aldo
Rossi, intitolata “L'architettura razionale”; l'impostazione
culturale della mostra non è più basata sulla ricerca culturale
basata sulle istanze sociali, ma centro del problema ora è la
rivendicazione di un'autonomia formale dell'architettura.
In America emerge un gruppo di
architetti il cui cavallo di battaglia è l'estremizzazione del
momento sintattico e formale, visto però in una chiave completamente
astratta.
I NY FIVE
A un convegno al MOMA nel 1969, Kenneth
Frampton presenta al pubblico cinque giovani architetti: sono Peter
Eisenman, Michael Graves, John Hejduk, Richard Meier, Charles
Gwathmey. Peter Eisenman risulta da subito essere la personalità più
spiccatamente propensa per la ricerca teorica; fin dalla tesi del
dottorato appare evidenziato il suo interesse per i processi
linguistici e sintattici che stanno alla base della formalizzazione
dell'opera. Un secondo influsso fortemente presente in lui è quello
dell'arte concettuale, del promuovere l'eliminazione del superfluo
dalle forme per arrivare alla scoperta dell'essenziale.
LE HOUSES DI PETER
Eisenman si rende presto conto che la
conoscenza è diventata la merce più richiesta dal mondo
occidentale; così al centro delle sue pubblicazioni ed esposizioni
pone sempre i numerosi disegni assonometrici che illustrano e rendono
comunicabili i passaggi evolutivi dell'opera. Nasce così la
Cardboard architecture,
l'architettura di carta.
A
partire dal 1967 Eisenman progetta una serie di case ordinate secondo
un numero progressivo. Sono case definite di carta, non tanto per il
loro aspetto leggero, quanto per puntualizzare la loro valenza
concettuale. Per utilizzare un linguaggio che non fosse trito e
ritrito Eisenman sceglie di muoversi alla scoperta del Razionalismo
di Terragni, Lingeri e Cattaneo; in particolare si ritrova ad essere
attratto dalle tecniche compositive di Terragni nella Casa del
Fascio, per il processo di estrazione di materia e di stratificazione
verso l'interno, e nella Casa Giuliani-Frigerio, nella quale la
stratificazione avviene nel verso opposto, verso l'esterno.
Nella
House II risalta il conflitto tra estrazione di materia ed
esplosione; Eisenman riprende dalla Casa del Fascio l'idea di un
quadrato in pianta, ma il semicubo generato non è più compatto
poiché viene ulteriormente modulato tridimensionalmente. Prende il
via qui anche la scelta sintattica dello slittamento e
sovrapposizione del moduli quadrati per lasciare posto alla
circolazione verticale e orizzontale.
La
soluzione al conflitto evidenziato in Terragni viene da Eisenman
definita con la parola implosione. Avviene un'esplosione delle
pareti, dei piani, diventati astratti, dei volumi che non invade
l'esterno; qui l'architettura viene mostrata come processo e non solo
come risultato.
martedì 9 aprile 2013
FOTOGRAFIA, COMUNICAZIONE, ARCHITETTURA!
.
Come già detto, ormai non è più
possibile pensare la fotografia al di fuori del sistema dell'arte; è
artista il fotografo ed è (a volte) opera d'arte l'immagine
fotografica. Sulla scia di quanto detto nel precedente post, è
indubbia l'importanza che riveste una tale disciplina sia
nell'ambiente della comunicazione che della cultura.
Finalità dell'attività del fotografo
è, a mio parere, quella di comunicare la propria visione delle cose,
di trasmettere, a coloro che avranno davanti gli occhi l'immagine
scattata, tutto quel mondo di sensazioni che lui ha provato nel
momento dello scatto. Viene spontaneo fare un parallelo con
l'architettura a questo punto.
Come l'immagine si fa veicolo di
emozioni e sensazioni, così la forma dell'architettura si fa veicolo
delle funzioni da essa contenuta e delle idee alla base della
composizione.
“[...] l'architettura alla fine del
secolo comincia a spostare il suo centro d'interesse dal suo
funzionamento, ad avere una forma che, appunto, informa e che entra a
far parte del grande mondo della comuicazione contemporanea.”
(da “Architettura e
modernità”, Antonino Saggio)
Emblematico di questo
processo di cambiamento di prospettiva è senza alcun dubbio, la
vicenda architettonica legata alla realizzazione del Museo d'arte
contemporanea di Helsinki, episodio che esprime al massimo la
centralità della comunicazione.
Steven Holl si aggiudicò
nel 1993 il concorso, tra ben 521 gruppi partecipanti. Chiave del suo
lavoro è per l'appunto la comunicazione e in particolar modo la
metaforizzazione e i suoi processi.
Il Museo Kiasma si colloca
in un'area centralissima di Helsinki, in un'area triangolare posta
tra il Parlamento neoclassico di Johan Sigfrid Sirén a ovest, la
Stazione ferroviaria di Eliel Saarinen a est, e la Casa Finlandia di
Aalto a nord.
La chiave secondo cui
leggere il progetto risiede proprio nel motto della partecipazione al
concorso del gruppo i Holl: “Kiasma”. Stando a quanto dice lo
Zingarelli, il chiasma è una figura retorica nella quale si
dispongono in ordine inverso i membri corrispondenti di una frase, o
altrimenti in medicina è il punto ove le fibre dei due nervi ottici
s'incontrano nella cavità cranica; entrambe le definizioni si
adattano al processo creativo messo in atto da Holl: le spazialità e
i volumi sono frutto, non di ragionamenti che partono dall'interno,
dalla funzione contenuta, ma sono articolati e manipolati in base
alle forze trasmesse dal contesto,dalla città; allo stesso modo
l'organizzazione de percorsi, l'intreccio dei flussi di percorrenza
dei volumi rimanda visivamente all'incrociarsi dei nervi, concettuali
e fisici, e da lì che secondo Holl nasce l'architettura. L'idea dell'incrocio, del punto d'incontro tra due "mondi" è perfettamente reso nelle forme: una parte dell'edificio è lineare, quella lungo la strada, mentre la galleria, caratterizzata anche da una sezione e un'ampiezza variabile, descrive una morbida curva, letteralmente abbracciando lo spazio interno dell'edificio.
domenica 7 aprile 2013
PER UN MUSEO DELLA FOTOGRAFIA A ROMA
Di un museo della fotografia a Roma si
sente parlare da anni e molte sono state le sedi ipotizzate per
ospitarlo, in diversi quartieri della città che per tradizione,
architettura e perfino progetti, rivelavano una più o meno forte
vocazione per il contemporaneo.
Trascurare la fotografia oggi significa
essere fuori dal tempo. Dell'arte e dell'attualità. La fotografia è,
infatti, uno dei linguaggi forti dell'arte contemporanea, un
linguaggio che mantiene viva la sua capacità comunicativa, evocativa
ed emotiva, in bilico sempre tra l'essere un documento o una vera e
propria opera d'arte.
Roma non poteva non avere un luogo ad
essa deputato, ed ora finalmente grazie ad una delibera ad hoc Roma
Capitale ha deciso di istituire un centro per la fotografia
contemporanea.
La fotografia non è solo uno strumento
caratterizzato da una sufficiente oggettiva obiettività, è anche
uno straordinario medium artistico, strumento che gli artisti hanno
saputo e sanno usare per dare vita a una nuova realtà, creata e
gestita dall'artista stesso e resa disponibile al fruitore grazie ai
nuovi supporti dell'immagine, da quelli tradizionali a quelli
digitali.
Una grande capitale come Roma, con un
patrimonio storico e culturale ineguagliabile, non può fare a meno
oggi di confrontarsi con il contesto europeo.
L'interesse collezionistico e
conservativo del patrimonio fotografico, sia pubblico che privato, si
è affacciato più volte nel corso dell'ultimo secolo, andandosi
sempre a confrontare con le nuove e sempre più raffinate tecnologie
rappresentative, in grado non solo di produrre l'immagine, ma
soprattutto di manipolarla, di ibridarla e di trasportarla in ambiti
culturali e geografici sempre più ampi.
Consapevoli dell'impossibiltà di
pensare, oggi, la fotografia al di fuori del sistema dell'arte, si è
deciso sì di realizzare un museo dedicato esclusivamente alla
fotografia, ma al contempo si mette in rilievo la connessione
logistica, nei propositi, il futuro museo dovrà costruire e
mantenere con altre istituzioni già esistenti, come il MAXXI e il
MACRO.
Alcuni compagni di programma:
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